{"id":172,"date":"2026-08-05T15:38:33","date_gmt":"2026-08-05T15:38:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/?p=172"},"modified":"2026-08-05T15:38:33","modified_gmt":"2026-08-05T15:38:33","slug":"un-viaggio-fatto-di-sguardi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/un-viaggio-fatto-di-sguardi\/","title":{"rendered":"A journey made of glances"},"content":{"rendered":"<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\">\u201cLa fotografia \u00e8 un sistema di editing visivo: si tratta di mettere una cornice attorno a una porzione di campo visivo. Come gli scacchi, \u00e8 una questione di scelta fra una serie di possibilit\u00e0, solo che nel caso della fotografia il loro numero non \u00e8 finito, ma infinito\u201d<\/p>\n\n\n\n<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\"><em>John Szarkowski<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\">In una societ\u00e0 che sembra aver dimenticato l&#8217;importanza del senso della storia, curio- samente gli archivi sembrano conquistare una inaspettata centralit\u00e0. Solo apparente- mente questa \u00e8 una contraddizione: imparare dal passato per meglio vivere il presente \u00e8, infatti, una lezione importante ma raramente sequita perch\u00e9 la Storia (si, quella con la maiuscola) non \u00e8 sempre maestra di vita perch\u00e9 tanti la vedono lontana, fredda, terribilmente distante. Una cosa tutta diversa \u00e8, invece, un archivio perch\u00e9 questo, appena venga aperto con la dovuta accortezza e con la curiosit\u00e0 che si merita, si rivela come uno scrigno pieno di suggestioni, di suggerimenti, di incroci fra le mille possibi- lit\u00e0 offerte, insomma un luogo dove ancora si possono trovare le tracce di una vitalit\u00e0 prorompente. Se poi l&#8217;archivio \u00e8 di argomento fotografico tutte queste notazioni sono ancora pi\u00f9 valide perch\u00e9 il materiale conservato acquista sempre, con lo scorrere del tempo, una diversa qualit\u00e0. Questo vale per chi osserva dall&#8217;esterno perch\u00e9 tutto vie- ne letto con una certa distanza, quella preferita &#8211; nel caso degli archivi storici &#8211; da chi scruta e interpreta i documenti di un passato lontano tutto da ricostruire filologica- mente. Diverso \u00e8 il caso di chi la fotografia la utilizza per operazioni artistiche come fanno in diversi modi Christian Boltanski o Joachim Schmid, creatori di universi fittizi evocati da fotografie proprie o altrui accostate in sequenze pi\u00f9 o meno casuali e spesso diventate tasselli di grandi installazioni fisiche si, ma soprattutto mentali. Pu\u00f2 essere sorprendente notare che un esito simile lo si ba anche quando \u00e8 lo stesso autore a riguardare le immagini da lui realizzate tempo prima e che ora possono essere di- versamente percepite e inserite in percorsi nuovi e probabilmente impensabili quando erano state realizzate: questo ci porta a parlare del pi\u00f9 recente lavoro pensato e rea- lizzato da Giuseppe Pino. Tutto nasce come esito non casuale di una lunga riflessione personale e professionale che \u00e8 anche a suo modo una resa dei conti con se stesso. In genere i fotografi tendono a confrontarsi con la realt\u00e0 ora per descriverla ora per inter- pretarla e, talvolta, per scontrarsi con essa fino a negarla. Non potrebbe essere altri- menti per chi si \u00e8 ormai abituato a esaminare tutto attraverso un mirino e a frapporre fra s\u00e9 e quanto lo circonda un obiettivo. Invece Giuseppe Pino ha compiuto un gesto deciso, un atto performativo nato per negare momentaneamente questo elemento in- termedio: ha abbassato la fotocamera non per osservare pi\u00f9 liberamente la realt\u00e0 ma, al contrario, per confrontarsi solo con il suo specchio, la fotografia. Cosi, guardando<\/p>\n\n\n\n<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\">i soggetti a suo tempo ripresi, non li ha immaginati come fossero stati attraversati dai<\/p>\n\n\n\n<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\">segni del passato ma li ha immobilizzati in un presente assoluto, insieme delicato e fluttuante. Al contrario di Jan Saudek che ba crudelmente infierito sui corpi femminili in confronti impietosi fra passato e presente e diversamente da Roman Opalka la cui &#8220;imperiosa necessit\u00e0 di non perdere nulla nel carpire il tempo&#8221; si \u00e8 tradotta nella ripe- tizione giornaliera ossessiva del suo autoritratto, Giuseppe Pino mantiene un rapporto non si sa quanto ironico o sarcastico con il dio Cronos. Come Saudek \u00e8 stato crudele nell&#8217;indicare il disfacimento dei corpi, lui lo \u00e8 altrettanto di fronte alla loro levigatezza, come Opalka si \u00e8 aggrappato allo scorrere del tempo, lui lo ha semplicemente negato. Questa sua ricerca il cui scopo ultimo \u00e8 quello di fare i conti con se stesso non \u00e8 una forzatura e, infatti, non ottiene un esito esasperato o falso perch\u00e9 in tutto si respira, al contrario, una forte aura di autenticit\u00e0.<br>Cominciamo dalla copertina: apparentemente sembra una negazione perch\u00e9 se \u00e8 vero che Giuseppe Pino \u00e8 soprattutto un grande ritrattista perch\u00e9 negarlo con una superfi- cie dove compare soltanto una cornice che circonda il vuoto? \u00c8 una domanda che pu\u00f2 porre ingenuamente solo chi non \u00e8 mai stato a teatro. Se, infatti, \u00e8 vero che la scatola scenica \u00e8 il luogo dove verr\u00e0 evocata la vita in tutte le sue pi\u00f9 complesse sfumature, il sipario che la nasconde altro non \u00e8 che un magico velo che procrastina il piacere che di li a poco, quando questo cade, inizier\u00e0. Riprendere una cornice, dunque, equivale<br>a realizzare una sorta di autoritratto della fotografia, a un suo grado zero oltre il qua- le si \u00e8 autorizzati a costruire tutte le storie possibili. \u00c8 dunque fra le pieghe di questa costruzione che \u00e8 possibile trovare non solo le fotografie ma soprattutto la visione del mondo del fotografo che ne \u00e8 insieme autore ma anche, nella nuova costruzione<br>che le accomuna, questi ultimi in immagini dotate di una forte carica espressiva e, tal- volta, in vere e proprie icone. Per fare questo ricorre agli artifici che gli sono propri, in primo luogo all&#8217;ironia, ben consapevole in tal modo da Sottoporre gli osservatori a un confronto stringente, a una selezione spietata che distingue quanti ne colgono Pintelli- genza sottile e acuminata da quanti, non riconoscendola, ne vengono spiazzati. Certo, ogni tanto Pino valica la linea che divide l&#8217;ironia dal sarcasmo e il suo fioretto affonda nelle carni ma, si sa, in questi casi bisogna accettare le regole di un gioco &#8211; quello della vita &#8211; che pu\u00f2 anche far male. D&#8217;altra parte le &#8220;vittime&#8221; predilette sono il perbenismo, le convenzioni, la stanca ripetizione del prevedibile: a ben vedere si tratta degli stes-<br>si obiettivi che, in altro campo ma con altrettanto garbato furore, sapeva colpire il<br>suo amatissimo Alfred Hitchcock. Come il regista, che notoriamente aveva il vezzo<br>di apparire davvero se pur fugacemente nelle prime scene di ogni suo film, anche il fotografo d\u00e0 l&#8217;impressione di essere costantemente presente sulla scena. Probabilmente \u00e8 il frutto di quel suo modo di tendere agguati alla realt\u00e0 per farne emergere gli aspetti pi\u00f9 sorprendenti o di quel nascondersi dietro le sue opere per comparire, ma solo in fondo al libro, con una serie di autoritratti attraversati dal gusto della sorpresa come quello, assai celebre, costituito dalla sequenza in cui, inizialmente dotato di lunghi capelli e una folta barba, si rade fino a comparire ben pettinato e glabro. \u00c8 una per- formance? Una &#8220;verifica&#8221; nella stessa linea seguita da Ugo Mulas, una riflessione sul<\/p>\n\n\n\n<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\">tempo, una sottolineatura antropologica? Ovviamente nessuno pu\u00f2 saperlo perch\u00e9 chi si fiderebbe di chiedere spiegazioni a un autore che notoriamente ama l&#8217;enigmistica e i giochi di parole, trappole verbali per antonomasia, che prevedono quindi anche bugia e infingimento? Meglio lasciarsi trascinare dalle immagini accettandone la sottile e voluta ambiguit\u00e0 perch\u00e9 ognuna possiede una forza, un&#8217;intensit\u00e0, un guizzo che non passano inosservati e richiedono altrettanta vivacit\u00e0 nella risposta. La quale quindi non potr\u00e0 essere frutto di un&#8217;osservazione distratta ma sar\u00e0 sospinta dalla curiosit\u00e0 approdando perfino a una sottile complicit\u00e0. Il perch\u00e9 \u00e8 presto detto: ogni fotografia sembra pensata non per vivere in quanto tale ma per andare a costituire il frammento di un discorso pi\u00f9 ampio. Ci\u00f2 vale anche per i ritratti che pure per definizioni dovreb- bero essere opere singole: basta accostarli in sequenze pi\u00f9 o meno ampie per accor- gersi di come Giuseppe Pino abbia imprigionato i suoi soggetti in una gabbia stilistica da cui emergono rafforzati. Lui si avvicina fino a guardarli direttamente negli occhi ma, contemporaneamente, li mette a loro agio, gioca con le variazioni create dalle posizioni delle mani (non capita mai che i suoi soggetti non sappiano dove metterle), li isola dal loro ambiente per meglio indagarli psicologicamente oppure, se occorre,<\/p>\n\n\n\n<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\">li inscrive in un contesto per farne emergere il cot\u00e8 sociale. Esaurita la funzione per cui erano stati realizzati (una campagna pubblicitaria, un ritratto commissionato, un fuggevole scatto reportagistico), questi visi e questi corpi ora si librano in uno spazio nuovo e possono cosi dialogare con altri in un percorso unito da analogie stilistiche<br>o formali o, perch\u00e9 no, incernierato in modo del tutto libero e gratuito. Bravissimo<br>nel saper cogliere l&#8217;elemento caratteristico di ogni suo soggetto cos\u00ec da farlo emergere per caratterizzarlo, Giuseppe Pino cerca poi in ogni modo di agire cos\u00ec da non essere considerato un classico. Forse perch\u00e9 la definizione ha un&#8217;aura conformista cui tenta di sfuggire. Nascono cos\u00ec, come forma di reazione e in perfetta controtendenza, le sue sorprendenti soluzioni. Si dice che bisogna creare alle spalle del soggetto uno sfondo omogeneo ed ecco uno splendido ritratto in primo piano di un Miles Davis dove tutto questo viene negato in funzione di un risultato eccellente. Si preferisce chiedere a chi si fotografa di non guardare in macchina e lui costringe i suoi personaggi a primi piani intensi e profondi come gli sguardi che gli rivolgono. Anche quando affronta il nudo, tema estremamente complesso, cerca soluzioni insolite come quella del ricorso, raro in questo genere fotografico, all&#8217;ironia: una modella completamente svestita gli fa da par- tner in un ballo che lui stesso (nel doppio ruolo di fotografo e di protagonista) danza indossando un raffinato abito da sera, un ben tornito sedere spunta come un&#8217;appari- zione scherzosa, dietro il lunotto di un&#8217;automobile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"ext-animate--on wp-block-paragraph\"><br><em>Roberto Mutti<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cLa fotografia \u00e8 un sistema di editing visivo: si tratta di mettere una cornice attorno a una porzione di campo visivo. Come gli scacchi, \u00e8 una questione di scelta fra una serie di possibilit\u00e0, solo che nel caso della fotografia il loro numero non \u00e8 finito, ma infinito\u201d John Szarkowski In una societ\u00e0 che sembra [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_monsterinsights_skip_tracking":false,"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-172","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-uncategorized"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/172","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=172"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/172\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":173,"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/172\/revisions\/173"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=172"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=172"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.giuseppepinoarchive.it\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=172"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}